PARTE  I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



IL MITO :

LINGUAGGIO UNIVERSALE SENZA TEMPO

Alcuni inspiegabili fenomeni nonché rinvenimenti di vario genere, ci pongono di fronte a grossi ed inquietanti interrogativi il maggior dei quali può essere così sintetizzato: il corso degli eventi susseguitisi sul nostro pianeta è quello che conosciamo? Siamo effettivamente giunti a comprendere il passato o ci resta ancora tanto da chiarire?

Come spiegare ad esempio il ritrovamento nelle Americhe di statue realizzate dagli Olmechi e i cui tratti somatici sono, senza possibilità di errore, caratteristici di una razza negroide nonché le raffigurazioni ed i racconti tramandati circa i “Viracochas”, uomini barbuti dalla pelle e dagli occhi chiari, provenienti dal mare ed apportatori di conoscenze nuove; ed ancora come comprendere la presenza di disegni raffiguranti elefanti, animali esistiti in quel continente solo molte migliaia di anni fa?

Perché alcuni Mammuth ritrovati ibernati sotto i ghiacci della Siberia avevano nei loro corpi ancora resti non completamente digeriti di piante tropicali?

Come fecero i Templari a raffigurare una pannocchia di mais in una loro cattedrale in Germania costruita anni prima della “scoperta” ufficiale dell’America da parte di Colombo?

Perché storie quali quelle sul Diluvio sono diffuse in tutto il pianeta in versioni molto simili tra loro?

Come spiegare le analogie culturali, artistiche e religiose fra popoli tanto distanti tra loro?

Come e perché furono realizzate ciclopiche costruzioni che hanno sfidato i millenni? Da chi o come furono apprese conoscenze così approfondite in tanti campi, primo fra tutti quello astronomico?

Come e perché scomparvero improvvisamente intere specie viventi sul pianeta?

Perché esistono tanti racconti circa episodi catastrofici accaduti e previsioni altrettanto nefaste per il futuro?

Questi e tanti altri sono i quesiti che sorgono accingendosi a studiare il passato ed osservando con attenzione il mondo incredibile e meraviglioso in cui viviamo.

Oggi siamo soliti registrare e documentare fatti, immagini, nozioni ecc. avvalendoci di supporti di varia natura, prodotto della nostra civiltà: stampa (giornali, libri), supporti audiovisivi (fotografie, registrazioni audio e video, nastri, dischi, cd ecc.), supporti informatici (floppy disk, cd, dvd ecc.) ed altri.

Nonostante la meraviglia e la perfezione di tali mezzi, sarebbero essi in grado di sfidare i millenni? potrebbero essere in grado di resistere a calamità naturali di grossa portata (alluvioni, diluvi, glaciazioni, terremoti, eruzioni, impatti con corpi celesti quali meteoriti o asteroidi, ecc.)?


C’è da nutrire qualche perplessità, vero?


Eppure i nostri antenati sono riusciti a trasmetterci messaggi, a “parlarci” usando soluzioni geniali quali realizzazione di opere colossali e super-resistenti, adozione di simbologie universali ed eterne come il fenomeno precessionale per stabilire date e soprattutto ricorrendo al “mito” .

Tutto ciò ha consentito di superare problemi di deterioramenti, distruzioni, interpretazioni e traduzioni.

Seguirà una carrellata di miti, leggende e racconti sorti e tramandati in tutto il globo, che – attraverso una particolare chiave di lettura - potranno dare un’idea di quanto potente, efficace e duraturo sia l’antico espediente ideato dai nostri avi per tramandare importanti messaggi e moniti alle future generazioni.

 

Uno dei miti più famosi, che sembra perfettamente avvalorare quanto affermato in occasione della trattazione circa la teoria della dislocazione è quello riguardante la perduta civiltà di Atlantide, tramandatoci da Platone. Questi, tra le altre opere, ne ha scritte due che ci interessano particolarmente, il Crizia e il Timeo.

Platone, deluso dalla politica ateniese, sia degli aristocratici sia dei Trenta Tiranni (pur essendo diretto discendente di Crizia, loro capo), e in seguito alla condanna a morte dell’amico e maestro Socrate, si allontanò improvvisamente per i suoi viaggi facendo tappa e soggiornando per tre anni in Egitto per poi giungere a Megara (in Attica) presso Euclide, e quindi in Magna Grecia entrando in contatto con circoli pitagorici.

Nel Timeo (capitolo III) Platone fa parlare Crizia il Vecchio. Questi racconta a suo nipote Crizia il Giovane la storia di Atlantide. A sua volta, Crizia il Vecchio l’aveva imparata dal padre Dropide, il quale l’aveva ereditata da Solone, il celeberrimo grande legislatore ateniese. E pure Solone, del resto, aveva soggiornato per un certo periodo in Egitto, come ci racconta il biografo romano Plutarco:

“Per qualche tempo si trattenne a discutere di problemi filosofici presso Psenofe di Eliopoli e Sonchi di Sais, che erano i più sapienti tra i sacerdoti. Avendo udito da questi la storia dell’Atlantide, secondo quanto scrive Platone…”

Secondo il racconto di Crizia, Solone fu messo a conoscenza da parte di Sonchi del fatto che entrambe le città (Sais e Atene) fossero di gran lunga più antiche, rispettivamente di 8.000 e 9.000 anni, e che entrambe non solo fossero protette dalla stessa dea (Neith/Atena) ma che avessero lo stesso ordinamento di leggi e che un tempo avessero preso parte a un’impresa decisamente trionfale: la guerra contro Atlantide.

Platone ci rende noto, attraverso il racconto del racconto del racconto, che Atlantide fosse una grandissima e fiorente civiltà, prevalentemente fondata su commerci marittimi e su un potente e invincibile esercito navale; e che per questo motivo tale civiltà fosse a conoscenza di ogni luogo del mondo. La culla di questa potenza altamente sviluppata era un’isola continentale collocata al di là (al di fuori) delle Colonne d’Ercole (l’attuale Stretto di Gibilterra), in mezzo all’Oceano Atlantico; un’isola gigantesca “grande quanto la Libia e l’Asia messe insieme”.

La guerra ebbe inizio quando la potenza militare di Atlantide attraversò le Colonne d’Ercole, insinuandosi nel Mediterraneo, spingendosi sia a Nord (attraverso l’Europa) ben oltre la Tirrenia sia a Sud (attraverso l’Africa settentrionale) per tutta la Libia. Evidentemente aveva occupato tutte le terre che si affacciano sul Mare Nostrum arrivando proprio ai confini delle due regioni in questione, l’Attica e l’Egitto:


“… e tutta questa potenza raccoltasi insieme tentò una volta con un solo impeto di sottomettere la vostra regione e la nostra e quante ne giacciono di qua dalla bocca. Allora dunque, o Solone, la potenza della vostra città apparve cospicua per virtù e per vigore a tutte le genti: perché avanzando tutti nella magnanimità e in tutte le arti belliche, parte conducendo l'armi dei Greci, parte costretta a combattere sola per la defezione degli altri, affrontati gli estremi pericoli e vinti gli assalitori, stabilì trofei, e campò dal servaggio i popoli non ancora asserviti, e liberò generosamente tutti gli altri, quanti abitiamo di qua dalle colonne d'Ercole. Ma nel tempo successivo, accaduti grandi terremoti e inondazioni, nello spazio di un giorno e di una notte tremenda, tutti i vostri guerrieri sprofondarono insieme dentro terra, e similmente scomparve l'isola Atlantide assorbita dal mare; perciò ancora quel mare è impraticabile ed inesplorabile, essendo d'impedimento i grandi bassifondi di fango, che formò l'isola nell'inabissarsi .”


In precedenza, Platone ci faceva sapere che Solone era stato ricevuto in Egitto con grandi onori e che aveva introdotto il dialogo con i sacerdoti citando alcune tradizioni della sua terra. E Sonchi gli aveva risposto che la cultura di Atene era troppo giovane, e che si rifaceva a una più antica tradizione comune alle due città; tradizione che anch’essa conservava il ricordo non del tutto perduto di antiche distruzioni catastrofiche:

Ora Solone diceva che, giunto colà, vi fu ricevuto con grandi onori, e che, avendo interrogato sui fatti antichi i sacerdoti più dotti della materia, trovò che né egli né alcun altro Greco sapeva, per così dire, niente di tali cose. E una volta, volendo provocarli a parlare di fatti antichi, prese a dire degli avvenimenti che qui si credono i più antichi, e favoleggiò di Foroneo, ch'è detto il primo uomo, e di Niobe e, dopo il diluvio, di Deucalione e di Pirra, com'erano sopravvissuti, e passò in rassegna i loro discendenti, e ricordando i tempi tentò di calcolare la data degli avvenimenti di cui parlava.
Ma uno di quei sacerdoti, ch'era molto vecchio, disse: - O Solone, Solone, voi Greci siete sempre fanciulli, e un Greco vecchio non esiste! E avendo udito, Solone gli chiese: - E come? Che è questo che dici? - Voi, riprese quello, siete tutti giovani d'anima, perché in essa non avete riposta nessuna vecchia opinione d'antica tradizione, nessun insegnamento canuto per l'età. E il motivo è questo. Molti e per molti modi sono stati e saranno gli stermini degli uomini: i più grandi per il fuoco e per l'acqua, altri minori per moltissime altre cagioni.
Perché quello che anche presso di voi si racconta, che una volta Fetonte, figlio del Sole, avendo aggiogato il carro del padre, per non essere capace di condurlo per la via del padre, bruciò tutto sulla terra ed egli stesso perì fulminato, questo ha l'apparenza d'una favola, ma la verità è la deviazione dei corpi, che si muovono intorno alla terra e nel cielo, e la distruzione per molto fuoco e a lunghi intervalli di tempo di tutto quello che è sulla terra.
Allora dunque gli abitanti delle montagne e dei luoghi alti e aridi muoiono più di quelli che dimorano presso i fiumi e il mare. E il Nilo, com'è nostro salvatore nelle altre cose, così dilagando ci salva allora da questa calamità. Quando invece gli dei, purificando la terra con le acque, l'inondano, i bifolchi e i pastori, che abitano i monti, si salvano, ma gli abitanti delle vostre città sono trasportati dai fiumi nel mare. Ora in questa regione né allora né mai l'acqua scorre dalle alture sui campi, ma al contrario suole scaturire dalla terra. Così dunque per queste cagioni si dice che qui si sono serbate le più antiche memorie, ma in verità in tutti i luoghi, dove né il freddo immoderato né il caldo l'impedisce, sempre v'è quando più e quando meno la stirpe umana.

Risulta evidente che Sonchi parlasse non di una bensì di una serie di catastrofi cicliche che anticamente hanno sconvolto la Terra. Tutto ciò, ma lo vedremo in seguito, riconduce in un baleno ad altrettante tradizioni, come - solo per citarne alcune - quella greca delle Cinque Età riportata da Esiodo nelle Opere e Giorni oppure quella Maya dei Cinque Soli citata nel testo sacro del Popol Vuh.

Altrettanto visibile è il fatto che ognuna di queste Età (o Eoni) viene a concludersi violentemente con un qualche cataclisma che non solo ha sovvertito l’ordine naturale costituito, ma ha addirittura spazzato via intere civiltà (o razze) dell’umanità: nel Timeo Sonchi accenna a Fetonte (= lo splendente), figlio di Elio, il quale un giorno ottenne dal padre di poter condurre il suo carro.

Siccome non era esperto nella guida non seppe reggere i cavalli e, alzandosi e abbassandosi, si avvicinò troppo alla terra e per poco non la incendiò. Pertanto, in un certo momento e all’improvviso (in un giorno e una notte), il sole sembra aver modificato il suo percorso apparente “deviando dall’eclittica” fino a “precipitare sulla terra”: è chiaro che questa immagine non può che derivare dall’osservazione di qualunque abitante del nostro pianeta, “colpevole e vittima” di una mera illusione ottica.

Nella Terra del Fuoco si diceva che il Sole e la Luna caddero giù dal cielo; in Cina che i pianeti alterarono il proprio corso e Luna e stelle cambiarono il loro moto; gli Incas parlavano di spaccatura delle Ande quando il cielo mosse guerra alla Terra; i Tarachumara del Messico settentrionale conservano leggende della distruzione del mondo a causa di un cambiamento dell’orbita del Sole; un mito del basso Congo narra di quando il Sole incontrò la Luna lanciandole addosso del fango e rendendola meno luminosa per poi originare una grande inondazione; gli Indiani Cahto della California raccontano di quando il “cielo venne giù”; gli antichi miti greco-romani ci narrano del diluvio di Deucalione preceduto da terribili eventi celesti; gli Auracani del Cile fanno cenno a inondazioni accompagnate da terremoti ed eruzioni vulcaniche; nel Guatemala si ricordano inondazioni di “pece infuocate”; nel Gran Chaco dell’Argentina si racconta di una nube nera che venne da Sud al tempo del diluvio, coprendo tutto il cielo tra scoccare di fulmini e rumore di tuoni; miti del Nord, delle tribù teutoniche, parlano di fiamme, vapori, mari bollenti e terre sprofondate o inabissate.

È ovvio che contemporaneamente a un violento e repentino (un giorno e una notte) scorrimento della crosta terrestre, l’occhio venga convinto che il cielo cada e che le stelle e i pianeti modifichino il loro percorso (fino a precipitare).

Soltanto un devastante scorrimento della crosta terrestre può aver causato tutto ciò: terremoti (superficiali e sottomarini), tzunami e maremoti, scioglimento dei ghiacci nelle regioni precedentemente collocate ai Poli e relative inondazioni derivate dall’innalzamento degli oceani (lo scioglimento del ghiaccio è molto più repentino della sua nuova formazione); oscuramento del cielo (prima a causa dei gas sprigionatisi dal centro della terra attraverso i vulcani e le spaccature della crosta; in seguito per la vaporizzazione del maggior volume di acque presenti sul pianeta), piogge perenni (Diluvio Universale, quello stesso diluvio voluto da Zeus per spegnere in tempo l’incendio provocato dalla stoltezza di Fetonte).

Nel Crizia viene ripreso il mito di Atlantide introdotto dal Timeo, e vengono descritte minuziosamente le strutture di entrambe le civiltà in guerra: quella Atlantica e quella Mediterranea.

Si viene a sapere che la guerra era scoppiata 9.000 anni prima, in seguito alla fondazione di Atene che era vista dai sovrani di Atlantide come una potenziale e pericolosa minaccia periferica: Atene entrò necessariamente in conflitto con Atlantide e per farvi fronte dovette ricorrere al sostegno di tutti i popoli soggiogati e minacciati del Mediterraneo, creando così una grande coalizione.


Abbiamo visto come il mito del diluvio compaia in entrambe le culture (quella greca e quella egizia, che erano tra loro strettamente in rapporto); e sappiamo per certo che si è trattato di un Diluvio Universale, non solo per il fatto che abbia coinvolto l’intero pianeta, in uno stesso periodo, ma poiché esso, come tale, è presente con diverse ma riconducibili sfumature nelle tradizioni di tutti i popoli disseminati sulla Terra.


ATLANTIDE